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Quanto a traumi, i parrucchieri hanno poco da invidiare ai dentisti. Ti siedi lì, spieghi che cosa ti affligge e speri nella benevolenza delle divinità. Che sia un dente del giudizio da estrarre o la sciagurata decisione di provare un nuovo colore di capelli, non c’è una gran differenza. Il senso di muta impotenza che ti assale mentre uno ti armeggia in bocca con delle pinze o ti sforbicia il cranio senza pietà è proprio quello lì. E quasi sempre, ti accorgi troppo tardi che sta succedendo qualcosa di terribilmente sbagliato.
In tenera età, dopo anni e anni di colpi di sole veramente poco aggraziati, mi sono presentata dal parrucchiere che aggeggia i capelli delle arcigne femmine della mia famiglia da generazioni e generazioni e gli ho detto che volevo tornare del mio colore naturale. Che è un regale biondo scuro (le bionde scure di solito dicono di avere i capelli “biondo cenere”… che suona più sofisticato, anche se non ti schiarisce comunque i capelli), un colore difficilmente riproducibile con l’ausilio di miscele artificali puzzolenti. Invece di dirmi “ma no, signorina, qua facciamo un casino, se le tingiamo la testa cercando di imbroccare il colore” mi hanno risposto come risponde ogni agenzia pubblicitaria a un cliente da compiacere a tutti i costi: “certo, non c’è problema, facciamo in un attimo”. Niente, sono uscita che ero di un castano tetro, lugubre e spentissimo, con terrificanti riflessi rosso carota in corrispondenza delle antiche MESC bionde. MADRE fu così scioccata del risultato che non trovò la forza di darmi la colpa. Anzi, tirò fuori il cappello di lince che mio nonno aveva deciso di fabbricare apposta per me appena prima di morire, me lo cacciò in testa e mi riportò dal parrucchiere quasi di peso. Una scena raccapricciante. Io che piangevo come un’aquila e MADRE che mi tirava per un gomito e, ogni tanto, si girava per ricacciarmi i capelli dentro alla lince. La furia che riuscì a scatenare nel bel mezzo del derelitto salone parrucchieristico fece appassire tutti i ficus dell’isolato. E finì che mi ri-MESCIARONO tutta, nel tentativo di nascondere l’incidente castano. Mi liberai delle MESC un due anni dopo – tagliandole via man mano che mi crescevano i capelli – ma di sicuro non mi sono ancora ripigliata dal castano-choc. Né mai ci riuscirò.
Ecco.
Tutte quante abbiamo un trauma capellocentrico di questo genere. Se non peggiore. Ciuffi del cavolo che non stanno da nessuna parte. Megliette rovinate dall’ammoniaca che cola. Frange-scalpo. Piastramenti impietosi che ti sbruciacchiano anche le sopracciglia. Pazzi maniaci che ti rapano a zero ogni volta che chiedi una umile spuntatina. E tutta questa roba non si risolve nel giro di due giorni. Se un parrucchiere fa dei danni, le conseguenze ti perseguiteranno per mesi e mesi. E non ci sarà cuffia di lince in grado di salvarti. E il rancore che nutrirai nei confronti della categoria dei tagliatori e coloratori di capelli non farà che lievitare fino ad esplodere in una diffidenza inestirpabile e maligna. E quando vai a vivere in una nuova città è anche peggio. Perché non sai a chi rivolgerti, lì per lì. Che già non ti fidi di gente che ti mette le mani in testa da quando hai dieci anni, figurati di uno che non ha mai dovuto subire l’ira di MADRE.
Ma poi, nell’oscurità, appare Aldo Coppola.
Ci tengo subito a precisare che – purtroppo – Aldo Coppola non mi ha regalato il magistrale SCIATUSC con l’utopica piega boccoluto-ordinata che mi han fatto sabato pomeriggio in quel di Corso Vercelli, ma che quanto sto per dire è proprio frutto di autentica ammirazione. Cioè, non ho avuto paura nemmeno per un secondo. E chi lo sapeva che andare dal parrucchiere era bello.
TEGAMINI – Amore del Cuore, te cosa devi fare domani pomeriggio?
AMORE DEL CUORE – Mah, devo aiutare Bomber con il trasloco e poi ho da lavorare.
TEGAMINI – Bene. Io non ho voglia di fare niente di produttivo, quindi vado a fare lo SCIATUSC, che sono scura come la disperazione da quando mi hanno rifatto la scalatura.
AMORE DEL CUORE – Eh?
Il sabato mattina alle undici e quaranta, da sotto il piumone, chiamo l’Aldo Coppola chiedendo di Michela, come mi è stato raccomandato dalla mia amica Gongola che ha dei capelli fighissimi. Li chiamo, ma con fiducia zero, che è sabato pomeriggio e figurati se c’è posto… insomma, le signore ricche dal parrucchiere ci vanno tutte le sante settimane, chi sono io, col mio salvadanaio a forma di alpaca piangente che sono sei mesi che ci getto dentro delle monetine. E invece. La Michela mi può ricevere alle quindici e trenta, mi va bene? Mi va benissimo. Giungo e mi fanno sedere su un civile divanetto, tutti mi chiamano per nome e dopo sei minuti mi portano su una strana poltrona rossa fatta a onda gigante che se la vedi ti sembra una tenaglia ma poi invece è comoda. E già sulla poltrona, inizi a credere che andrà tutto bene. Perché c’è una bella illuminazione. Non sembri un’attinia ancorata sul fondo di un camerino di Promod. C’è questo saggio gioco di luci che ti fa somigliare a un essere umano anche coi tuoi capelli sporchi pre-miracoli coppoleschi. E le riviste, udite udite, le riviste sono NUOVE, della settimana che stai vivendo in quel preciso istante, mica i Chi di quattro anni fa con la Pellegrini indietro di sei fidanzati. E niente. Poi spieghi che vuoi fare alla tua Michela – Michela, vedi come sono scuri, questi cavolo di capelli? Io quest’estate sembravo Barbie Malibu, ma di mio, e adesso niente, ho i capelli del colore di un cupo e sconsolato abisso di terrore. Voglio lo SCIATUSC!. E qui scatta il colpo di genio supremo. Perché la tua Michela non ti dice “va bene, ora ci mettiamo in un angolo in gran segreto e sfogherò sul tuo cranio ogni frustrazione coloristica della mia adolescenza”, no! La Michela si blocca e ti chiede “cara, chi è il tuo STAILIST?”. Cazzo ne so, Michela, chi è il mio STAILIST. Ho uno STAILIST? Ne ho diritto? A quanto pare, la Michela non può mettermi un dito in testa senza il benestare di un autorevole stylist. Una figura superiore, sapiente, affabile, rassicurante e saggia che arriva lì, si presenta, ti ascolta pazientemente, vuole sapere quando ti sposi – non so perché, ormai ho questa abitudine di raccontare mezze Matrimoniadi a ogni estraneo che faccia l’errore di dirmi anche solo ciaocomeva, il tutto senza avanzare di un millimetro nei preparativi – e se ti piace il surf… perché è quello l’effetto che otterremo con il tuo SCIATUSC: sembrerai appena tornata da un soggiorno tropicale. E intanto che ne stiamo parlando, ma te l’hanno già offerta la tisana biologica alla frutta? Comunque, faremo una cosa molto naturale e luminosa. Michela, due codini davanti, due codini dietro, non le serve altro. Va bene, Francesca? Va bene, MIO STAILIST, ti seguirò in capo al mondo. L’insegna della nostra legione sarà una spazzola gigante. Insieme conquisteremo la più poderosa fabbrica di FON mai vista dall’umanità. Combatteremo e suderemo, ma non ci spettineremo. Le doppie punte spariranno dalla faccia della terra e ogni cittadino avrà diritto a una sorgente di balsamo profumato.
Bellissimo.
Una pace.
Gente che suona le piastre per i capelli come nacchere.
La Michela che ti spiega cosa ti sta facendo meglio della tua maestra delle elementari, rifiutandosi anche di pensare ai suoi bisogni primari.
TEGAMINI – No ma ti prego, se devi andare in bagno vai.
LA MICHELA – Ci vado dopo, quando hai tutti i ciuffetti a posto.
TEGAMINI – Guarda che non mi offendo, vai pure. Non voglio che tu soffra.
LA MICHELA – Un codino e abbiamo finito.
TEGAMINI – Sei sicura? Non ti denunzierò al mio STAILIST.
LA MICHELA – Guarda, ora ti ripasso bene le punte e verrà fuori lo sfumato bello da fidanzata del surfista. Vuoi anche un caffé?
Michela, eroicamente, mi hai poi sciampizzata, cosparsa di semi di lino e riempita di boccoli coreograficissimi. Ed è anche riuscita a fare la pipì. Se ci fossero minipony biondi, verrebbero a chiedere la criniera a me. Cielo, che liberazione, che bel lavoro. Ma anche con l’asciugamano in testa, sapevo che sarebbe finito tutto bene. Una sensazione inedita ed inebriante. Ma mai più nella vita avrei associato il parrucchiere a qualcosa di piacevole.
Ecco. Scusate ma dovevo raccontarlo a qualcuno. Magari voi siete tutti pelati e non ve ne frega niente dei capelli, ma quando uno fa bene qualcosa non riesco a trattenermi. Sono una propagatrice di entusiasmi e, fino a questo momento, non è che i parrucchieri fossero proprio sulla lista delle entità benevole…
Comunque.
Stamattina mi sono sentita in dovere di ringraziare Gongola, vera evangelist di Aldo Coppola. Lei, che è spontanea, ha subito richiesto un documento fotografico. Ecco, non fate caso al mio facciotto da cricetone mattutino, ma gioite dei luminosi riccioli. E portatemi un MOITO. Anzi, portatene uno alla Michela.
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Un giorno faremo un post collettivo sulle SELFI. E su come fate voialtre sosia di Cara Delevigne a non farvi venire i cornini sulle sopracciglia. Per risollevare il livello visivo del post, ci butterò dentro un Ottone von Accidenti, che è da ieri sera che mi rumina i riccioli. Ha questa passione per l’odore di shampoo che neanche Choupette, la gatta di Karl Lagerfeld.
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